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Petites Ondes
Inadeguatezza
Racconto breve di Pierpaolo Alberigi
In concorso per
I racconti della Ragnatela ed. 2013
(pubblicato con l'autorizzazione dell'Autore)

Ho nuovamente fatto il mio sogno di inadeguatezza. Sono in mutande in un
ufficio postale, mi rendo conto solo ora che sarebbe stato meglio
vestirmi. Altre volte è diverso, ma il succo è lo stesso. Quando faccio
questo sogno me lo ricordo per giorni.
Quando sono al cospetto di altri mi sento inadeguato. Parlo con voce
afona, mi muovo in modo goffo, mi cadono le cose di mano, non riesco a
pensare, e se mi viene una battuta non riesco mai a trovare il tempo
giusto per dirla. Ho la memoria piena di battute che avrebbero potuto far
ridere, se solo avessi avuto tempismo. Certe volte il tempo è giusto ma la
voce non sufficientemente forte, e così getto via la mia battuta in mezzo
al chiasso e all'indifferenza. Se poi è presente mio padre o un'altra
autorità allora le cose, possibilmente, peggiorano. Non è un vero e
proprio panico, ma una specie di paralisi, un intontimento. Per esempio
non capisco bene quello che mi dicono: dicono "firma qui" e io capisco:
"prima qui". Prima cosa? E poi firmo, ma la firma mi viene male, anche se
sono anni che mi esercito a fare una bella firma da uomo grande, tutta di
seguito con un piccolo svolazzo finale. Ma questo quando sono solo.
All'ufficio postale, o in banca davanti all'impiegato, la firma mi viene
storta, spezzettata, incomprensibile, sempre diversa. Colpa di mio padre,
non doveva darmi un nome così lungo col cognome che abbiamo. Non sono mai
fiero delle mie firme sui moduli. Questo nonostante gli allenamenti.
Sono un personaggio di successo. Ci sono campi in cui sono una vera
autorità. Se entro in una discussione rischio sempre di chiuderla, tanto
definitiva sembra essere la mia opinione. Tanto che spesso preferisco non
dire la mia, lasciare che il discorso vada avanti senza di me. Ho una voce
troppo forte, una presenza troppo sovrastante. Incuto un timore che non
vorrei, una specie di soggezione che vedo emergere, palpabile, appena
entro. Vorrei dire a tutti: tranquilli, coraggio, sono uno come voi;
distribuire qualche pacca sulle spalle, sedermi con nonchalance in mezzo
agli altri, lasciare che la voce si mescoli e venga sommersa dalle altre.
Sarebbe bello, e invece se mi siedo vedo pian piano i miei vicini alzarsi,
magari con una scusa, e andare a sedersi un po' più in là, dove possono
bisbigliarsi delle cose tra di loro senza che io le senta. Non che non mi
vogliano bene, anzi. Mi rispettano, mi amano forse, ma anche e
soprattutto, mi mitizzano. Il destino di un mito è quello di stare solo.
Tutto è cominciato quando ho scoperto di saper scrivere. Delle belle
frasi, piccole, ben pesate, senza puntini di sospensione, punti
esclamativi e quelle altre cose che danno l'impressione che chi scrive
voglia scusarsi per la perdita di tempo che causa in chi legge, e
compiacere con ammiccamenti e altri artifici. Per non parlare delle
faccine sorridenti o ghignanti. Ho cominciato per gioco, mi scelgo un
forum, mi ci iscrivo con una o due identità diverse, donna o uomo, giovane
o anziano dipende dalle circostanze. Mi documento minuziosamente sugli
argomenti trattati (tanto su internet si trova tutto, e da alcuni anni c'è
wikipedia), e poi lancio un argomento e lo porto avanti per un po' con le
mie diverse identità, oppure entro in un thread già avviato.
Naturalmente una sola delle identità è la mia, l'altra serve da
contrasto, non scrive bene, non dice cose completamente giuste. In genere
dopo poche battute comincia a intervenire qualcun altro, mi appoggia, mi
viene in aiuto. Vedo che il numero dei lettori aumenta, cioè acquisto
notorietà. A questo punto sono soddisfatto e abbandono quel forum.
Questo lo faccio da quando avevo quindici anni. Inadeguato nella vita,
un'autorità nel web. Un'autorità, molto spesso, in mutande e canottiera
nella tranquillità della mia camera.
Ora non salto più da un forum all'altro. Tengo un blog di successo, ho un
sito web che viene visitato da migliaia di persone al giorno, vengo citato
in mille altri posti, scrivo e pubblico libri che nel loro campo hanno un
discreto successo, e soprattutto non hanno concorrenti. Se annuncio
l'uscita di un libro, nessuno osa mettersi in competizione. Sono io
l'autorità in quel settore. Ricevo ogni giorno richieste di consulenze a
cui rispondo in modo gentile, esaustivo e gratuito, tanto da provocare
ringraziamenti sentiti e un po' meravigliati: come mai ti dedichi tanto a
questa attività, passando delle ore a risolvere problemi di altri,
inventando soluzioni e seguendone per giorni e giorni l'andamento?
evidentemente esiste ancora qualcuno che fa le cose con passione.
Ho pure messo una pagina con le istruzioni per eventuali donazioni, che
arrivano sempre più spesso. Insomma sono un uomo realizzato.
L'importante è che nessuno mi chieda mai il numero di telefono o, peggio,
un incontro di persona. Il mio profilo sul web è tanto diverso dal profilo
personale che rischierei di uscirne malissimo. E' un continuo dribblare:
"se mi dà il suo telefono e mi dice quando posso chiamare senza
disturbare…" "se vuole anticiparmi l'argomento, magari comincio a vedere
qualcosa, poi eventualmente ci sentiamo anche per telefono" e così
rimando, e infine non mollo. Io sono un personaggio virtuale. Per non
parlare di quando qualcuno "passa dalle parti della mia città" e decide di
venire a conoscere di persona questo grande personaggio. Finora sono
riuscito a evitare tutti gli incontri e quasi tutte le telefonate, non
tutte purtroppo, e di quelle poche non ho un buon ricordo. Se la notorietà
virtuale è una buona cura per il proprio io, al tempo stesso impedisce di
risolvere i problemi, che fin dall'adolescenza avrei dovuto riconoscere e
affrontare. Ma era poi così necessario? Ora ho quasi trent'anni, sono un
guru riconosciuto, ci faccio anche dei soldini, mi lascio vivere
avvolto da questo alone di mistero, e infine, come mi ripeto
continuamente, posso smettere quando voglio, senza lasciare traccia, se
non magari un grande vuoto nei miei fans.
I racconti della Ragnatela 2013
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